Quando la candela si spegne rimane il buio

Luna

La fiamma della candela danza nel buio della stanza umida, crea ombre di sogno sul mio viso, nei tuoi occhi scuri. Rimani qui con me, mamma, non andare via, ti prego. Le tue mani avvolgono le mie, piccole e tremanti, e il tuo sorriso avvolge il mio cuore palpitante. Dormi, ora, mi dici. Non voglio dormire, voglio perdermi nelle tue iridi nere e lasciarmi cullare dalle tue braccia, passare le dita nei tuoi capelli di seta e contemplare la tua pelle liscia. Non voglio addormentarmi e poi aprire gli occhi e scoprire che tu non ci sei più e che la candela si è spenta e che intorno a me c’è solo la notte. Io sarò sempre qui, sussurri nelle mie orecchie di porcellana, e allora lascio che le palpebre si chiudano morbide, che le ciglia mi accarezzino le guance tonde, che la bocca si schiuda leggermente. Le mani tese a toccare la tua chioma ricadono nel tuo grembo ed eccomi addormentata.

Quando mi sveglio fa freddo. Tutto è nero. Solo la luna mi guarda beffarda dalla finestra. Sono da sola nel letto. Tu non ci sei. Oh, mamma. Mi avevi promesso che saresti stata qui. Dove sei, mamma? Perché mi hai lasciata da sola con i mostri? Afferro le coperte umide, un singhiozzo sconquassa il mio corpo in tensione, e la paura mi invade e mi sommerge e mi entra nel naso negli occhi nella bocca e per un attimo non respiro più. Il buio si appiccica alla mia pelle, è pece che impedisce i miei movimenti, poi i piedi stanno già correndo nudi sulla pietra gelida del pavimento verso la porta e verso di te, mamma. Ma la porta è chiusa, sbarrata, e i miei pugni non potranno mai aprirla, né le mie urla, né i miei pianti. Grido, un animale ferito, graffio il legno pesante, tremo, e sento gli artigli dei mostri sulla mia schiena, ma da qui stanotte non uscirò. Nella casa non c’è nessuno e la porta è chiusa e non so come si accende la candela e la luna non riesce a raggiungermi con il suo soffuso lontano chiarore. Allora mi accoccolo davanti all’uscio chiuso e lascio che l’oscurità mi prenda.

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Un guscio di bellezza

Caminetto

Caminetto immacolato, ciocchi di legno di betulla ordinatamente impilati, luminosità, bianco, purezza, luce. Questo è quello che desideri? Una perfezione incontaminata e estranea e casta e gelida e impeccabile, un guscio di bellezza senza vita, privo di emozioni, dove l’imperfezione non ha posto?

Eppure non ti puoi sedere sulla sedia, perché è troppo rigida, e non vuoi rovinarla. Non puoi accendere il fuoco perché sporcheresti il bianco di fuliggine e il fumo annerirebbe le pareti e i ciocchi di legno diventerebbero nero carbone e non sarebbero più da ammirare e rimarrebbe solo sporco e desolazione e sudiciume e tristezza e residui di vita vissuta.

Così ti ergi a creatore e poi spettatore della perfezione, ma non vivi. Ammiri la bellezza, sposti di qualche centimetro la cornice vuota sopra al caminetto — non ci vuoi mettere una foto, perché così è perfetta, simbolo della tua esistenza dai confini ben definiti ma senza nulla al suo interno.

E poi arrivo io. Appoggio la mia giacca rossa sulla sedia, riempio la cornice con il mio sorriso, lascio che da una scintilla divampi un fuoco a tinte forti, e rido, e rompo il silenzio della tua vita di ghiaccio, e ballo sul pavimento di legno a piedi nudi fino a che non si fa notte, poi sposto la sedia davanti al caminetto dalle fiamme morenti e mi addormento.

Ballare

Un puzzle di pezzi scombinati

Tempo fa sapevo scrivere, credo. Lo sapevo fare bene. Riuscivo ad emozionare e emozionarmi, e lo facevo in un modo così sottile e incredibilmente forte che mi stupivo di me stessa.

Ad un certo punto ho smesso di saperlo fare. Non so come, né perché. E adesso le parole mi si fermano sulla punta della lingua e delle dita, quelle giuste non le so più trovare e al loro posto ne arrivano tante, tutte sbagliate.

Vanno ad incastrarsi tra loro come i pezzi scombinati di un puzzle, creano un’immagine distorta. Il concetto è sempre lo stesso, è l’esposizione che mi frega.